
THE ARCHITECT OF MUSIC. A CONVERSATION WITH ELVIO
PH. ANTONIO GIANCASPRO
STYLING. NICOLÒ BATTISTINI
Mi chiamo Elvio Seta, ma nel mio percorso artistico mi presento come Neuf Voix (nome che deriva dalla connessione elettronica d'avanguardia del '900 tra Italia francia e germania, poi se vorrai approfondiremo questo dettaglio, ma è stato già spiegato in altre interviste).Sono un compositore e sound artist, e il mio lavoro si muove tra la composizione elettronica e strumentale, le performance dal vivo e la creazione di opere sonore originali e strutture di diffusione.Quello che mi interessa, più di tutto, è capire come il suono abiti lo spazio, come possa modellarlo, trasformarlo e farlo vibrare insieme all’ascoltatore.
La mia musica nasce spesso dall’esplorazione delle qualità percettive e fisiche del suono, dalla sintesi alla manipolazione di materiali concreti fino alla spazializzazione acustica.Sono sempre stato affascinato dall’avanguardia del Novecento, da compositori come Stockhausen, Nono, Schaeffer e Grisey, da quella tensione continua tra rigore e libertà, tra scienza e intuizione, tra struttura e materia sonora viva.
Dopo aver completato i miei studi di composizione in Italia nel 2012 mi sono trasferito in Germania per approfondire la musica sperimentale contemporanea.In seguito, a Roma, ho conseguito due master in sintesi sonora avanzata con Enrico Cosimi, che mi ha trasmesso una passione profonda per la costruzione del suono.In quegli anni ho iniziato a lavorare come compositore per progetti europei e per il cinema, e a sviluppare le mie prime performance dal vivo, pensate come vere e proprie direzioni orchestrali elettroniche, dense di strumenti analogici, sintetizzatori e strutture modulari che gestisco simultaneamente sul palco.
Negli anni successivi ho sentito il bisogno di andare oltre la semplice esecuzione live e di entrare più a fondo nella dimensione spaziale del suono.Dopo aver studiato all’IRCAM di Parigi, uno dei centri più importanti al mondo per la ricerca sulla musica e l’acustica sperimentale, ho scoperto quanto la spazializzazione potesse diventare un linguaggio espressivo autonomo.Provenendo da una tradizione legata a compositori che già negli anni Settanta sperimentavano la proiezione spaziale, ho iniziato a chiedermi come poter rendere questa esperienza più accessibile, più mia, più libera.
Mi sono presto reso conto che i luoghi in cui poter proporre composizioni spazializzate erano pochi e che non sempre era possibile avere a disposizione sistemi adeguati.Così, spinto anche dalla mia passione per architettura e design, ho deciso di costruire da zero un sistema acusmatico personale, un Acusmonium portatile e modulare che potesse seguirmi ovunque.Avevo già progettato e assemblato diversi strumenti elettronici, quindi è stato naturale per me unire le mie competenze tecniche al desiderio di creare qualcosa di realmente mio.
Oggi ogni mia performance è un dialogo tra suono, spazio e architettura.Mi piace pensare che la musica non sia solo qualcosa che si ascolta, ma qualcosa che si abita, un ambiente sensoriale in cui l’ascoltatore entra e si muove.Per questo scelgo spesso luoghi acusticamente e architettonicamente suggestivi, dove la struttura stessa dello spazio diventa parte integrante della composizione.
Ogni concerto, per me, è un’esperienza immersiva e irripetibile, una forma di architettura sonora in cui il confine tra il suono e lo spazio, tra chi ascolta e chi crea, diventa sempre più sottile.
Il mio ultimo lavoro, Music for Dimensions, nasce proprio da questa visione.È un progetto che indaga il rapporto tra tangibile e intangibile, tra la materia fisica del suono e la sua dimensione invisibile, quasi spirituale.In questo album la voce, spesso trattata come puro materiale acustico, si dissolve e si ricompone diventando una presenza che abita più dimensioni contemporaneamente: corpo, respiro, vibrazione.Con Music for Dimensions ho cercato di trasformare l’ascolto in un’esperienza tridimensionale, dove ogni frequenza e ogni risonanza sono frammenti di spazio in movimento.È forse il mio lavoro più intimo, un tentativo di dare forma a qualcosa che resta sospeso tra il reale e l’evanescente, tra ciò che si può toccare e ciò che si può solo percepire.Attualmente sono in fase di composizione del mio nuovo lavoro, che questa volta si distaccherà dalla sacralità che ho seguito in questi ultimi anni e virerà più verso l'elettronica pura, focalizzandosi sull'experience di ascolto sperimentale e unico.
Chi saresti voluto essere in un’altra epoca.
Credo dipenda molto dall’epoca.Se penso a periodi vicini, come il Novecento, mi sarebbe piaciuto essere un compositore coinvolto nella ricerca più innovativa sul suono, una figura come quella di Karlheinz Stockhausen, che ho sempre ammirato profondamente. Non tanto per “essere come lui”, ma per la libertà con cui ha esplorato territori nuovi.In musica, ma in generale nella vita, mi ha sempre affascinato la proposta di qualcosa di originale, anche a costo di non essere immediatamente compreso, più che la sola perfezione tecnica. Non mi attrae/affascina la perfetta esecuzione che potrebbe avere, per esempio, un virtuoso esecutore musicale, tennista, o calciatore.Se invece penso a epoche più antiche, immagino che avrei comunque cercato un legame con la musica. Forse avrei scritto per formazioni di strumenti insolite per il tempo, cercando nuovi equilibri sonori con gli strumenti disponibili, o opere sperimentali per voci e canti ipnotici.
Quale canzone avresti voluto scrivere/film interpretare/libro scrivere.
Per quanto riguarda la musica, mi sarebbe piaciuto scrivere alcune pagine di Henry Purcell, come la March for the Funeral of Queen Mary, per la sua solennità quasi architettonica, o la sua Cold Song, per quel modo straordinario di trasformare un’idea astratta, il freddo, in suono vivo.Oppure la Semiramide di Gioachino Rossini, per quel senso di movimento continuo, quasi vorticoso, e lo stile ineguagliabile di Gioachino.Nel cinema, mi sarebbe piaciuto dirigere La decima vittima con l’avanguardia unica con cui lo ha fatto Elio Petri, un regista che considero tra i più visionari del nostro cinema.Per i libri, mi sarebbe piaciuto scrivere Le città invisibili di Italo Calvino, per quella capacità di costruire architetture attraverso il linguaggio, come se ogni città fosse una partitura.
Come ti senti in questa società /Cosa vorresti chiedere al mondo e cosa vorresti fare qualora tu fossi la persona piu’ potente del mondo.
Mi sento piccolo.Di fronte al mondo e alla mia impotenza di cambiare le cose.E mi sento parte di qualcosa che non riconosco fino in fondo, ma che mi contiene comunque.
Il complimento piu bello che hai ricevuto.
Mi fa molto piacere la definizione che hanno usato spesso di “portatore di mondo”, riconoscendo nella mia musica un’idea, una visione che va oltre la composizione in sé.Mi hanno spesso descritto come qualcuno che non propone solo suono, ma che attraverso di esso crea una connessione con qualcosa di più grande, capace di attraversare lo spazio e le persone.Ne sono profondamente grato. Forse sono proprio questi complimenti che mi spingono a rendere i miei concerti sempre più personali e originali nel modo in cui li propongo.
Se potessi trasformarti e avere un’altra forma di vita cosa vorresti essere.
Credo che sarei destinato a essere un gatto. È un animale che sento molto vicino.
Il sogno piu’ bello e un incubo ricorrente
I pochi sogni che ricordo sono legati a una condizione non terrena, molto astratta. È difficile rispondere a questa domanda.
Come ti vedi tra 20 anni
Tra vent’anni spero innanzitutto di sentirmi un po’ più svuotato, nel senso migliore del termine.Oggi ho ancora così tante idee e lavori da realizzare che a volte questa abbondanza diventa quasi una pressione.Mi auguro di essere riuscito a dare forma ai progetti che mi accompagnano da tempo, di averli portati fuori da me.E spero, soprattutto, di trovarmi in una condizione di "soddisfazione" personale e artistica, con la sensazione di aver costruito un percorso coerente.Mi piacerebbe che chi oggi apprezza il mio lavoro continuasse a riconoscerne il valore nel tempo, ma senza che io debba snaturarmi per essere compreso.Credo molto nell’idea che sia possibile crescere insieme al proprio pubblico, avvicinando sempre più il pubblico verso la mia visione, e non il contrario, come spesso accade.
Quale vizio hai deciso di smettere o che non riesci a smettere
Ho il vizio di non riuscire a staccare.Spesso non dormo perché continuo a pensare a come sviluppare un’idea o a risolvere un problema emerso durante la giornata.In qualunque momento finisco per legare la mia vita al mio lavoro, e questa condizione non mi fa sentire mai davvero libero.
Il tuo rifugio se ne hai bisogno?
La bellezza.Quando sto male, o mi sento giù, è ciò che ritengo "bello" a cambiare il mio umore e restituirmi serenità.Una bella opera visiva, un film, una composizione.Ci sono musiche che riescono a cambiare completamente uno stato d’animo.
Quando sei in situazioni imbarazzanti e tu ne sei il protagonista come reagisci?
Spesso finisco per renderle, volutamente, ancor più imbarazzanti.
Cosa ti fa paura?
Mi fa paura invecchiare mentalmente, nel senso di perdere la curiosità.Sarebbe come perdere una parte essenziale di me.
Cosa pensi delle proibizioni?
Ritengo che le uniche proibizioni che abbiano davvero senso siano quelle che proteggono la vita o la sfera personale degli altri.Le proibizioni che riguardano solo l’individuo, invece, spesso non fanno altro che generare curiosità.
Di cosa vorresti liberarti o di cosa ti sei liberato
Vorrei liberarmi dalla pressione di dover fare tutto e subito.Imparare a lasciare maturare le cose.E mi sto liberando, lentamente, dal bisogno di essere capito da tutti.
Come sei al volante?
Guido da quando avevo 9 anni. Il mio primo sport fu proprio legato ai motori, ma la mia non era una passione per quella disciplina, quanto piuttosto la voglia di potermi muovere velocemente, essere trasportato da solo nello spazio terreno. È una sensazione che mi piace ancora.Da piccolo speravo tanto che in questi anni avessimo potuto avere macchine volanti, haha.
Cos’e’ che non hai ancora potuto fare e che invece avresti tanto voluto..?
Non ho ancora potuto costruire uno spazio stabile dedicato al suono.Un luogo che non sia solo un concerto, ma un organismo vivo, capace di evolversi.Qualcosa che possa restare nel tempo, senza essere legato solo al momento.
Esiste un diritto alla fragilità?
Beh, la fragilità è una forma di verità.
Senza di essa, saremmo banali, superficiali.
CREDITS
EIC_ Alessia Fagioli Galeone
Photo_ Antonio Giancaspro
Stylist_ Nicolò Battistini
Talent_ Neuf Voix
Make up_ Vania Cesarato _ RABANNE Beauty
Hair_ Sergio Sorbello_Blend Management
Fashion Assistant_ Nuria Acanfora _ Irene Castiglioni
Gallery














